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Premio Carlo Magno a Draghi, segnale per l’Europa?!
Intervista di Maryana Bilyk al prof. Giulio de Nicolais d’Afflitto, ex alunno dell'Istituto Massimiliano Massimo e Direttore di questo periodico.
Professore, Mario Draghi è spesso descritto come una delle figure più influenti della politica europea contemporanea. Chi è davvero Draghi, al di là delle cariche ricoperte?
Mario Draghi è innanzitutto un uomo delle istituzioni, formato a una cultura del rigore e della responsabilità. Nato a Roma nel 1947, è cresciuto in un ambiente che lo ha portato a coniugare competenza tecnica e senso del dovere pubblico. Non è un caso che abbia frequentato l’Istituto Massimiliano Massimo dei Padri Gesuiti, una scuola che ha lasciato un’impronta profonda nel suo metodo e nel suo stile, improntati alla Fede alla sobrietà ed alla riflessione. Per me e per tanti altri alunni più giovani del prestigioso Istituto romano è stato ed è un esempio da seguire, un modello da imitare.
Quanto hanno contato, secondo lei, gli anni di formazione e il percorso professionale nella sua ascesa europea?
Hanno contato moltissimo. Draghi ha costruito la sua autorevolezza attraversando istituzioni nazionali e internazionali, dalla Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea. Ogni passaggio è stato segnato da una crescente capacità di leadership, sempre fondata sulla competenza. È questo che lo ha reso credibile nei momenti più delicati, quando l’Europa aveva bisogno non di slogan, ma di decisioni solide.
Il momento simbolo resta il “whatever it takes” del 2012. Perché quelle parole sono diventate storiche?
Perché non furono solo parole. In quel momento l’euro era seriamente a rischio e l’Unione appariva fragile e divisa. Con quella frase Draghi ha comunicato ai mercati, ai governi e ai cittadini che l’Europa non avrebbe permesso il proprio collasso. È stato un atto politico di enorme portata, che ha dimostrato come le istituzioni europee possano essere decisive quando scelgono di esserlo.
Oggi Draghi torna al centro dell’attenzione per il Premio Carlo Magno che riceverà nel 2026. Che significato ha questo riconoscimento?
È un premio che va oltre la persona. Il Carlo Magno, assegnato ad Aquisgrana dal 1950, è sempre stato un messaggio politico. Premiare Draghi significa indicare una direzione all’Europa in un momento di grande incertezza. Non è solo un bilancio di ciò che è stato, ma un invito a guardare avanti, riprendendo una visione europeista forte e concreta.
La cerimonia si terrà ad Aquisgrana, nella Sala delle Incoronazioni. Quanto conta il valore simbolico del luogo?
Conta moltissimo. Aquisgrana è legata alla figura di Carlo Magno, simbolo dell’unità europea alle sue origini. Premiare Draghi lì significa ribadire una continuità ideale tra passato e futuro, tra l’idea di Europa come progetto storico e l’Europa come risposta alle sfide contemporanee.
Il comitato del premio ha invitato l’Unione ad attuare il Rapporto Draghi. Perché questo documento è così centrale?
Perché offre una diagnosi lucida delle fragilità europee: perdita di competitività, scarsi investimenti, dipendenze strategiche. Sostenere Draghi oggi significa sostenere l’idea che l’Europa debba avere più coraggio politico e maggiore capacità decisionale comune. È anche, se vogliamo, una critica implicita all’immobilismo che spesso blocca Bruxelles.
Draghi ha parlato di “nemici interni ed esterni” dell’Europa. Come interpreta queste parole?
Non come un allarme retorico, ma come un richiamo alla responsabilità. I nemici interni sono le divisioni, i nazionalismi, le paure che impediscono scelte ambiziose. Quelli esterni sono le crisi geopolitiche e la competizione globale. Draghi invita a rafforzare l’Europa, non a ridimensionarla, ed è un messaggio di straordinaria attualità.
In conclusione, che cosa rappresenta davvero il Premio Carlo Magno a Mario Draghi?
Rappresenta la scelta della sobrietà dei fatti contro la fragilità delle promesse. Celebra ciò che Draghi ha fatto, ma soprattutto ciò che l’Europa potrebbe diventare se avesse il coraggio di seguire una leadership fondata su pragmatismo, visione e senso delle istituzioni. È un premio che parla al futuro dell’Unione più che al passato di un singolo uomo.
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