8 settembre 1943: lo spostarsi a Pescara fu atto di responsabilità strategica

8 settembre 1943: lo spostarsi a Pescara fu atto di responsabilità strategica

by Giulio de Nicolais d'Afflitto

L’8 settembre 1943 è una delle date più controverse della storia italiana. Eppure, osservando con lucidità gli eventi di quelle ore convulse, lo spostamento del Re Vittorio Emanuele III e del capo del governo Pietro Badoglio verso Pescara appare – al netto delle critiche successive – una scelta che ebbe anche elementi di razionalità strategica.

In un Paese improvvisamente precipitato nel caos dopo l’annuncio dell’armistizio, con le truppe tedesche pronte a reagire e la capitale esposta a un possibile colpo di mano, la decisione di trasferire il vertice dello Stato in una zona più sicura del territorio nazionale rappresentò un tentativo di salvare la continuità istituzionale.

La sera dell’8 settembre, mentre Radio Algeri e poi Badoglio annunciavano la fine dell’alleanza con la Germania, Roma fu investita da un’ondata di smarrimento. L’esercito, privo di ordini chiari, iniziò a sbandarsi; i comandi militari non riuscirono a coordinare una difesa efficace; la popolazione, illusa che la guerra fosse finita, si ritrovò invece nel pieno di un nuovo conflitto. In questo quadro drammatico, il trasferimento verso Pescara – lungo la Tiburtina, nella notte tra l’8 e il 9 settembre – fu un atto che mirava a sottrarre il governo alla cattura tedesca e a preservare la possibilità di continuare la lotta al fianco degli Alleati.

A Pescara, il Re e Badoglio trovarono un punto di transito verso Brindisi, dove sarebbe nato il cosiddetto “Regno del Sud”, riconosciuto dagli Alleati e destinato a rappresentare la continuità dello Stato italiano contro la nascente Repubblica Sociale. La scelta di lasciare Roma fu certamente traumatica, ma permise al vertice istituzionale di evitare la sorte che, pochi giorni dopo, colpì Mussolini: la cattura e la liberazione spettacolare da parte dei tedeschi. Dal punto di vista giornalistico, è necessario riconoscere che la fuga verso Pescara non fu solo un atto di paura o disorganizzazione, come spesso raccontato.

Fu anche una decisione che, pur tra mille errori, evitò che l’Italia rimanesse completamente decapitata. Senza quella scelta, gli Alleati avrebbero trovato un Paese privo di governo legittimo, e la ricostruzione istituzionale sarebbe stata ancora più complessa.In Abruzzo, inoltre, si prese atto della necessità di riorganizzare ciò che restava dell’esercito e di dare un nuovo indirizzo politico alla nazione. Da quella fuga nacque, paradossalmente, la possibilità di una rinascita: la Resistenza, la divisione del Paese in due, la lenta ma inesorabile costruzione di un nuovo Stato democratico.

Oggi, a ottant’anni di distanza, possiamo leggere lo spostamento a Pescara come un passaggio drammatico ma non privo di lungimiranza. In un’Italia allo sbando, salvare il vertice istituzionale significò salvare almeno una parte della sovranità nazionale. E fu proprio da quella scelta, contestata ma decisiva, che iniziò il lungo cammino verso la ristabilizzazione del Paese. 

Pubblicato: 08/09/2026
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