Ripartire dal “tu” …. anche per un vero Disarmo Globale

 

di Patrizio Imperato di Montecorvino
Ripartire dal “tu” ….  anche per un vero Disarmo Globale

 

Effetti anch’essa di una crisi postmoderna che, nel corso del suo tempo, si è silentemente insediata per la frantumazione dell’io, che polverizza l’interiorità, rende fragile il pensiero e tende a deresponsabilizzare l’azione. Sarebbe, per tutte le classi sociali della cultura, incessantemente urgente ripartire dal fondamento critico di dignità umana, quale risposta globale alle prevalenti ragioni che con la forza vogliono imporsi, e a loro volta imporre, pervasivamente, il giogo sui programmati destinatari.Urge rifondare criticamente il categoriale antropologico di base che è quello della persona. Altrimenti c’è sempre il costante e concreto rischio della prevaricazione dei valori del funzionale su quelli essenziali. Non è un mito la ricerca di senso! Infatti, fra i bisogni primari dell’Uomo vi è quello di saper ri-conoscere il suo principale significatodato”, sia esterno che interno ad esso, e chi nega ciò, magari facendolo in nome della fedeltà alla natura limitata, rinnega il dato della natura umana che, nella sua interiorità, si impone anche come fame di significati. Pertanto, quanto contrario sarà alla pace, vero fondamentale per una solidale convivenza, tanto sarà avverso alla natura stessa della Speranza, quale dato vero del respiro della storia che sta all’ossigeno quale vitale ragione del respiro stesso per l’agire dell’Uomo, e con esso la pedagogica modulazione di una paideia degli atti umani; ben consoni ai valori dell’inviolabile diritto, vera ragione preventiva al sistema legale.
Un grande filosofo spagnolo contemporaneo, Fernando Savater, in riferimento alla convivenza umana, scrive: Nessuno diventa umano da solo: ci facciamo umani gli uni con gli altri. Riceviamo l’umanità che è in noi per contagio: è una malattia […] che non avremmo mai contratto se non fosse stato per la vicinanza dei nostri simili. Ce l’hanno passata nel respiro, attraverso la parola, ma ancor prima attraverso lo sguardo: quando ancora siamo ben lungi dal saper leggere, leggiamo la nostra umanità negli occhi dei nostri genitori o di coloro che si prendono cura di noi in vece loro. E’ uno sguardo che contiene amore, preoccupazione, rimprovero, burla: cioè, significati. Uno sguardo che ci solleva dalla nostra naturale mancanza di significati per renderci umanamente significativi. (Cfr. Savater, Las preguntas de la vida, Editoriale Ariel, Barcelona 1999). Rinnovata speranza a cui si unisce anche il richiamo di Marcel Mauss che, col suo Saggio sul dono, ha introdotto una riflessione, da far nostra, che parte dalla dinamica delle relazioni sociali al senso dell’agire umano, cioè il suo significato. Il dono quale elemento costitutivo, unificatore e unificante l’esperienza relazionale dei popoli e quindi “umana”: le società hanno progredito nella misura in cui esse stesse, i loro sottogruppi e, infine, i loro individui, hanno saputo rendere stabili i loro rapporti, donare, ricevere e, infine, ricambiare. Per poter commerciare è stato necessario, innanzitutto deporre le lance. Solo allora è stato possibile scambiare i beni e le persone, non più soltanto da clan a clan, ma anche fra tribù e tribù, fra nazione e nazione e, soprattutto, fra individui e individui. Solo in seguito i popoli hanno saputo crearsi degli interessi, soddisfarli reciprocamente e, infine, difenderli, senza dover ricorrere alle armi. In tal modo, il clan, la tribù, o i popoli sono riusciti e lo stesso devono fare, nel mondo cosiddetto civile, le classi, le nazioni e anche gli individui, a contrapporsi senza massacrarsi, e a darsi senza sacrificarsi l’uno all’altro. Proprio in questo risiede uni dei segreti permanenti della loro saggezza e della loro solidarietà. I popoli, le classi, le famiglie, gli individui potranno arricchirsi, ma saranno felici solo quando sapranno sedersi, come dei cavalieri, intorno alla ricchezza comune. Essi risiedono nella imposizione della pace, nel ritmo ordinato del lavoro, volta a volta comune o individuale, nella ricchezza accumulata e poi ridistribuita, nel rispetto e nella generosità reciproca che l’educazione insegna. (Cfr. M. Mauss, Teoria generale della magia ed altri saggi, Ed. Einaudi, Torino 1965, p. 290).  In effetti, solo in tal senso sarà possibile definirsi con il termine Civiltà. Indistinto anelito dell’onesto cittadino, tanto per sé quanto per il bene delle generazioni future. Espressione questa di un risultato degno di una guida politica veramente e, aggiungo, finalmente, aristocratica, ma la cui antitesi è segnata dall’evidente imperturbabile sogno della nostra sola “vera” democrazia. A motivo di ciò, la pace dovrebbe essere la consapevole e voluta prima conquista, irreversibile per ogni uomo, per ogni responsabile politico e cuore pulsante di ogni politico responsabile. La prima sfida, per ogni autorevole grande, è la capacità intrinseca di possedere, al momento stesso del suo percorso, una sostanziale ed equilibrata tendenza e, se necessaria, un’adeguata conformazione attitudinale e con essi il dovuto possesso di: strumenti, mezzi e  competenze, culturali e spirituali per saper cogliere nel qui ed ora, quale peculiare trasposizione di questo genere ed aristocratica vocazione sociale, problemi e soluzioni costituzionalmente confacenti l’esercizio del preventivo diritto.    
Lo scorso sabato, ancora una volta per iniziativa di un Romano Pontefice, siamo stati tutti invitati a trascorrere una giornata di digiuno e di preghiera per la Pace in Siria. La posizione degli U.S.A. contro la Siria risulta essere, come affermato dallo stesso Papa Francesco, un vero elemento scatenante la terza guerra mondiale, solo ci si appresti ad innestare i funzionali fattori deterrenti a quanto solo di deflagrante risulterebbe poi, in realtà, ineguagliabile in termini di conseguenze.
 Brevemente, ripropongo alcuni interventi dei predecessori di Papa Francesco. In primis, la Pacem in terris di Giovanni XXIII, pubblicata l’11 aprile 1963. In questa enciclica si intravedono due livelli di lettura: il primo è l’insegnamento tradizionale della Chiesa in materia sociale, sui diritti dell’Uomo, sul bene comune, sul rispetto delle minoranze nazionali, sulla comunicazione e sul rispetto tra le nazioni, sui rifugiati politici, sul disarmo e sulle istituzioni internazionali, mentre il secondo livello è solo teologicamente più innovativo. L’enciclica roncalliana si colloca nella lunga serie di documenti scritti dai Papi del XX secolo, come la Lettera ai capi dei popoli belligeranti del 1 agosto 1917, la Pacem Dei Munus Pulcherrimum del 23 maggio 1920, di Benedetto XV, l’enciclica Ubi arcano del 23 dicembre 1922, di Pio XII in modo particolare il suo radiomessaggio del 1941. Una particolare lettura, alla luce della fede, viene offerta da Giovanni Paolo II nel Messaggio per la XXXVI Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2003, qui di seguito riportato: Papa Giovanni XXIII non era d’accordo con coloro che ritenevano impossibile la pace […] Guardando al presente e al futuro con gli occhi della fede e della ragione, il beato Giovanni XXIII intravide e interpretò le spinte profonde che già erano all’opera della storia. Egli sapeva che le cose non sempre sono come appaiono in superficie. Malgrado le guerre e le minacce di guerre, c’era qualcos’altro all’opera nelle vicende umane, qualcosa che il Papa colse come il promettente inizio di una rivoluzione spirituale. Autentica istituzione che, da ben duemila anni, partecipa, con i suoi interventi, con la sua arguta e temeraria testimonianza, alla sempre più necessaria rivoluzione spirituale, i cui auspici, oggi più che mai, sono deliberati dallo stesso non belligerante genere umano; credenti e non credenti, ma pur sempre uomini ancora di buon senso e perciò non allineati a questa alienata economia di mercato degna, per davvero, alla sua globalizzata geopolitica.             
Pubblicato: 10/09/2013
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