La Guerra Ibrida contemporanea ha ampliato radicalmente il proprio campo d’azione. Accanto alla dimensione militare tradizionale, esiste una guerra silenziosa che si combatte sul piano cognitivo: attraverso informazioni distorte, narrazioni emotive e messaggi mirati si influenzano percezioni, decisioni e comportamenti collettivi. È una forma di conflitto meno visibile, ma non meno strategica.
In questo contesto lei introduce i concetti di neurosecurity e cyber-psicologia. Perché sono così rilevanti?
Perché ci aiutano a comprendere come avviene la manipolazione. La neurosecurity riguarda la protezione dei processi cognitivi da tentativi intenzionali di condizionamento. Parte dall’idea che il cervello umano possa essere influenzato da stimoli informativi ripetuti, emotivamente carichi e collocati in contesti di paura o incertezza. La cyber-psicologia, invece, analizza l’impatto delle tecnologie digitali e degli ambienti virtuali sul comportamento umano, soprattutto in situazioni di sovraccarico informativo tipiche dell’attuale ecosistema mediatico.
È in questo spazio che la disinformazione diventa un’arma?
Esattamente. La disinformazione non mira soltanto a convincere, ma a indebolire. Punta a ridurre le capacità cognitive, a erodere il pensiero critico e a spostare il processo decisionale dalle valutazioni razionali alle reazioni emotive. Quando prevalgono le emozioni, la percezione della realtà si semplifica, si polarizza e diventa molto più manipolabile.
Lei descrive la strategia russa come “olistica”. Cosa significa concretamente?
Significa che la strategia di influenza agisce simultaneamente sui piani politico, sociale e informativo. Le operazioni russe fanno leva su elementi identitari profondi – cultura, valori, credenze, aspirazioni – adattando i messaggi ai diversi contesti nazionali. In Europa e in particolare in Italia questo si traduce in narrazioni che alimentano sfiducia nelle istituzioni, divisioni sociali, paura del declino economico e risentimento verso l’Unione Europea e l’Occidente. Quando il Presidente Mattarella punta il dito contro la disinformazione messa in atto dalla Russia, con al centro la guerra in Ucraina ma nei fatti diretta al cuore stesso dell’Unione europea e delle sue istituzioni, sta parlando di qualcosa di molto reale.
Quanto è centrale il ruolo della narrazione in questa guerra cognitiva?
È centrale. Il modo in cui vengono raccontate le ragioni di un conflitto ha un impatto strategico enorme. Nell’attuale contesto “infodemico”, il cervello seleziona le informazioni attraverso scorciatoie mentali automatiche, come l’effetto priming. Chi controlla la narrazione può orientare non solo l’interpretazione dei fatti, ma anche la percezione morale degli eventi.
Un esempio emblematico è la giustificazione dell’invasione dell’Ucraina.
Sì. Il Cremlino ha presentato l’invasione come una “operazione speciale” contro il nazismo, un elemento in realtà figurato e inesistente sul territorio ucraino, dove la popolazione è nazionalista ma non nazista. Tuttavia il richiamo a un tema storicamente ed emotivamente potentissimo ha permesso di amplificare la minaccia inesistente oggigiorno, ma presente nel lontano1943 allora rappresentata da minoranze estremiste reali ma marginali, trasformandole in una presunta minaccia esistenziale attuale. È una narrazione sovradimensionata, ma estremamente efficace nel creare una cornice morale che legittima la guerra.
Un’altra narrazione ricorrente è quella dell’accerchiamento occidentale della Russia.
È una tesi portata avanti da anni da Mosca, secondo cui l’espansione verso est rappresenterebbe un pericolo strategico. Tuttavia va ricordato che fu proprio Vladimir Putin, nel 2018, a tornare a minacciare direttamente l’Europa, posizionando nell’exclave di Kaliningrad batterie di missili balistici a raggio intermedio capaci di colpire le principali capitali europee. Nonostante ciò, questa narrazione trova purtroppo eco anche in alcune analisi geopolitiche occidentali, rafforzando la credibilità del messaggio russo presso determinati pubblici europei, in particolare nella fragile opinione pubblica italiana.
Qual è dunque la sfida specifica per l’Italia?
La sfida è duplice. Da un lato, rafforzare le capacità cognitive e la resilienza informativa delle risorse umane, istituzionali e civili. Dall’altro, impedire che la disinformazione degradi il tessuto sociale, alimentando divisioni e sfiducia. La difesa, oggi, non è soltanto tecnologica o militare, ma anche culturale e psicologica.
In conclusione, come si può contrastare questa guerra che si combatte nella mente?
La neurosecurity e la cyber-psicologia non servono solo a comprendere i meccanismi della manipolazione, ma indicano anche le contromisure: educazione al pensiero critico, consapevolezza digitale, attenzione all’impatto emotivo delle informazioni. In una guerra cognitiva, proteggere la dimensione mentale diventa una priorità strategica per la sicurezza nazionale e per la tenuta democratica.

